Recensione Lo sciacallo Silvia Civano
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LO SCIACALLO

Dan Gilroy debutta come regista con il film “Lo Sciacallo” (Nightcrawler). È il 2014 l’anno in cui è ambientata la storia, è l’oggi e probabilmente sarà il domani.

Il protagonista è Lou, un ragazzo ai margini della società; ruba materiali per rivenderli a un misero prezzo e misera è anche la sua esistenza. Solo con se stesso, non intrattiene relazioni sociali con nessuno e in un primo momento lo spettatore prova compassione nei confronti di questo giovane sventurato che innaffia una piantina, unico essere vivente che fa parte della sua quotidianità. L’empatia iniziale lascia però il posto all’incredulità e allo sgomento, per arrivare in ultimo alla repulsione.

Una sera, incuriosito dalla folla, Lou si avvicina al luogo di un incidente e vede un uomo che con la videocamera riprende il salvataggio delle vittime da parte della polizia. Dopo qualche domanda al cameraman sul perché delle riprese, ha un’illuminazione. Ecco il business perfetto: riprendere gli incidenti e le aggressioni che avvengono in città per poi venderle alle emittenti televisive. Lou impara in fretta e ben presto si mette nelle condizioni di poter creare una “squadra” tutta sua. Sceglie Rick, un giovane senzatetto che non ha nulla da perdere e gli fa un colloquio per offrigli una rara opportunità: lavorare per un grande professionista. Ovviamente il lavoro dovrà essere un tirocinio, poiché il premio è imparare e non necessariamente guadagnare. Il film si sviluppa con l’evoluzione del personaggio di Lou, il quale, per procurarsi i filmati da vendere alle emittenti, sarà disposto a commettere gesta in un primo momento discutibili, in seguito immorali e infine oltre i confini della legalità.

Ma chi è in realtà ‘lo sciacallo’? A un certo punto non si vede più Lou come il protagonista inquietante e arrivista di un film drammatico. No. Lou è l’azienda. Lou è il potere. Lou è il proliferare di imprese che si approfittano della crescente crisi economica per demolire non solo le già scarse possibilità, ma anche l’umanità che dovrebbe far parte degli individui. Quando Lou fa il colloquio a Rick gli propone un tirocinio perché consapevole del fatto che il ragazzo non è nella posizione di poter scegliere, non ha altre possibilità e dunque non può permettersi di rifiutare quell’unica “offerta di lavoro”. Accetta dunque di lavorare per pochi dollari nella speranza di venire assunto in un secondo momento. Lo stesso principio viene applicato quando Rick chiede un aumento a Lou perché gli sembra giusto che i suoi sforzi e il suo lavoro vengano ripagati in termini monetari e non solo di crescita professionale. La risposta di Lou è ancora simbolica: in pratica gli dice che non è nelle condizioni di poter chiedere un aumento perché non ha offerte migliori da valutare e quindi il rischio di perderlo come dipendente per lui è pari a zero, mentre Rick, che vive in un garage, ha bisogno anche delle poche briciole messe a disposizione dallo sciacallo. Anche l’evoluzione del personaggio si può paragonare all’evoluzione (o involuzione, se vogliamo), delle imprese radicate in una società che permette a queste ultime di spogliarsi dell’umanità e della moralità che dovrebbero essere alla base di ogni relazione, da quelle professionali a quelle personali.

Jake Gyllenhaal riesce perfettamente nell’intento di far trasparire una follia pianificata. Sembra un paradosso, ma, anche se lo sguardo di Lou potrebbe essere indice di squilibrio mentale, in realtà i suoi sorrisi sfoggiati al momento opportuno e i ricatti ben studiati per manipolare il prossimo fanno comprendere che c’è un ordine ben preciso nelle sue azioni. Come se avesse un piano da seguire per l’ascesa al successo. Anche in questo caso non si può fare a meno di pensare che Lou sia la personificazione dell’azienda che si approfitta della crisi economica, che ha il coraggio di guardare negli occhi il giovane dicendogli che dovrebbe ringraziare se viene data lui la possibilità di collaborare, anche se gratuitamente. Lou impara in fretta e così anche l’azienda parassita che succhia energia dagli altri e da una realtà che sembra già troppo marcia per poter rinsavire. L’azienda che inizia un percorso dove decide che l’unico modo per proseguire nell’ascesa al potere è quello di calpestare chi si trova davanti. L’etica viene sotterrata e a prendere il suo posto è l’anarchia. Poter prendere ciò che si vuole quando si vuole e non importa con quali mezzi, perché ormai le voci che urlano allo scandalo sono flebili e soffocate dalla rassegnazione. L’azienda che vince perché non trova mai ostacoli reali davanti, perché non ci sono più regole da seguire. Pare strano infatti che Lou esca sempre illeso da ogni accadimento: non viene mai beccato sul fatto quando entra illegalmente nelle case delle vittime; la sua bella macchina non si fa neanche un graffio nonostante gli inseguimenti a tutta velocità per le affollate vie di Los Angeles (a ribaltarsi sono invece le macchine della polizia, che rappresentano la giustizia); manomette il mezzo di trasporto del suo rivale in affari e la passa liscia, riprendendolo anche con un sorrisino sadico disegnato sul volto quando il malcapitato viene trasportato in ambulanza; nel momento in cui si trova faccia a faccia con un assassino questi decide di non sparargli (nonostante fino a quel momento avesse sparato indistintamente a chiunque, Rick compreso); infine, nonostante i sospetti della polizia, Lou non viene incriminato. Curioso pensare che sia un po’ come quando i “pesci grossi” non vengono mai catturati e messi in rete. Alla fine a vincere non è la giustizia ma è l’arrivista, il manipolatore… l’assassino.

Lo sciacallo, dunque, chi è? Lo sciacallo è l’azienda e le gesta del protagonista (se pur estremizzate al massimo della degenerazione), sono la mancanza di moralità e di etica. Azienda intesa in senso generale come attività imprenditoriale che detiene il potere, compresa quella che produce servizi e non solo beni materiali. Infatti, il film muove una critica proprio nei confronti dei media e della mancanza di scrupoli che a volte serve per trovare lo scoop prima che venga scovato da altri. Un’altra domanda però sorge spontanea: la colpa è davvero solo loro? Probabilmente no. Tutti hanno colpa del degrado sociale. La legge permette la stipulazione di contratti che non tutelano realmente l’aspirante lavoratore e i media tendono a mandare in onda ciò che lo spettatore vuole vedere, a costo di cadere nel macabro per vendere. Dunque, è sempre colpa degli altri? Colpa delle aziende che marciano sulla crescente crisi economica volgendola a loro vantaggio, colpa della legge perché permette alle suddette aziende di sfruttare i giovani che spesso non possono far altro se non accettare opportunità inesistenti, colpa dei politici che queste leggi le fanno… insomma, non è mai colpa del singolo cittadino. Forse, però, se all’ennesimo tirocinio gratuito tutti dicessero ‘no’, se le persone si indignassero un po’ di più per quelle aberrazioni che ormai vengono assorbite come realtà facenti parte del quotidiano… beh, forse si farebbe cadere una briciola per invitare anche gli altri a seguire lo stesso percorso. D’accordo, magari rimarrà una briciola solitaria e un piccione se la mangerà, però non sono briciole anche quelle che vengono lanciate dall’alto delle loro “poltrone dorate”? Fin quando queste briciole basteranno per mangiare probabilmente andrà bene così.E dopo? Beh, la fine del film vede il protagonista scampare alla giustizia e ottenere tutto ciò che aveva pianificato fin dall’inizio: successo, ricchezza, e fama; compresa la morte del suo dipendente Rick, perché questi aveva chiesto più di quanto Lou ritenesse adeguato per la posizione di un sottoposto…

Voi cosa ne pensate? La colpa è sempre e solo degli altri, oppure è anche un po’ nostra? Mi ci metto anche io perché purtroppo, come molti altri ragazzi della mia generazione, ho lavorato gratis, accettando come compenso la sola speranza, travestita dalla frase-tranello: “Si avrà la grande opportunità di formarsi al fianco di professionisti qualificati”.

Silvia Civano

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