Recensioni film

I media coi baffoni

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Buon 5 novembre, lettori!

Oggi vorrei fare una riflessione sul film “V per vendetta“, diretto da James Mc Teigue. Il film è tratto dall’omonimo romanzo grafico scritto da Alan Moore e illustrato da David Lloyd.

“V per Vendetta” è ambientato in un’Inghilterra futura dominata da un regime totalitario. Il popolo ha votato per Adam Sutler perché guidato dalla paura, finendo per perdere la libertà individuale. È un’Inghilterra costantemente osservata dal Cancelliere e dai Castigatori, che controllano il rispetto del coprifuoco da parte dei cittadini. I mass media forniscono un’unica visione: quella del regime. Questo scenario rievoca 1984 di Orwell. Il Grande Fratello baffuto in questo caso sarebbe il Cancelliere Sutler e, come nel libro, a nascondere la realtà è la censura, nel film attuata dai media, i quali manipolano la realtà del presente, cancellando gli accadimenti del passato e tentando di impoverire i significati delle parole.

Il protagonista del film è V, un uomo che si scoprirà essere stato vittima di esperimenti biologici in un campo di concentramento proprio da alcune persone che si trovano al governo. Durante il discorso che V fa al popolo tramite l’emittente televisiva presa d’assalto in un suo attentato, dice: “Alcuni vorranno toglierci la parola (…) Perché? Perché, mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere; perché esse sono il mezzo per giungere al significato, e per coloro che vorranno ascoltare, all’affermazione della verità”.

Questa frase fa riflettere sull’importanza delle parole e sul tentativo di soffocarle utilizzando la violenza. Perché le parole sono pericolose, le parole permettono di porsi delle domande. Una ricchezza di parole equivale a un ampio ventaglio di possibili risposte. Se però, con lo scorrere del tempo, la paura e la semplificazione dei concetti attuata dai media fanno sì che queste parole perdano il loro significato, si può arrivare a un impoverimento della società stessa, perché un linguaggio semplificato crea una realtà semplificata e dunque facilmente manipolabile. Se non si hanno gli strumenti critici per affrontare una realtà complessa si arriva alla rassegnazione, all’accettazione incondizionata di ogni imposizione ricevuta.

V capisce che il mezzo per cambiare la situazione a Londra è quello di utilizzare i media per smuovere nella gente un sentimento di ribellione alla repressione attuata dal regime, far riflettere sulla colpa che in realtà è di tutti perché l’indifferenza del popolo ha permesso di coltivare le radici dell’odio e dell’intolleranza, per poi arrivare come fine ultimo alla distruzione del Parlamento. Una frase chiave del film credo sia questa: “Il Parlamento è un simbolo, come lo è l’atto di distruggerlo… sono gli uomini che conferiscono potere ai simboli… da solo un simbolo è privo di significato”. Ancora una volta si sottolinea il potere che gli uomini conferiscono ai simboli, come alle parole. La lingua crea il mondo perché è in grado di attribuire un nome a un oggetto dandogli in qualche modo esistenza; e lo stesso vale per i simboli: sono gli uomini ad attribuire esistenza e potere a questi ultimi.

Il potere delle parole è lampante nel film e a plasmare la popolazione sono i media che decidono cosa trasmettere operando una strumentalizzazione del passato volta all’accettazione del presente. Un presente dominato da un regime che perseguita gli oppositori politici e le minoranze (musulmani, ebrei, neri, omosessuali, ecc.). I media danno una visione distorta di queste minoranze, attribuendo loro colpe inesistenti. In questo film il potere che hanno i media è totale ma è anche ovvio. Non posso far a meno di pensare che forse anche i nostri media a volte inviano messaggi che in apparenza comunicano una notizia, per poi finire col portare l’attenzione del fruitore verso una direzione piuttosto che un’altra. Non è detto che i giornalisti ci dicano cosa pensare, questo no, però è possibile che ci suggeriscano su cosa pensare. Come può accadere per i traduttori dei libri che a volte intervengono troppo in un’opera originale creata da altri, il giornalista può cadere nell’errore di inserire troppo del suo nel momento in cui redige una notizia. Ritengo quindi difficilmente possibile narrare il fatto avvenuto scindendo la cronaca dalla critica.

Così come nel film V per Vendetta c’è un’esasperazione dell’utilizzo dello strumento mediatico sfruttato per manipolare il passato, anche nella vita reale di tutti i giorni, seppur in modo più mascherato e a piccole dosi, abbiamo a che fare con la lettura della storia che si concentra maggiormente su determinati fatti omettendone altri e sulla strumentalizzazione dei media come mezzo per far risaltare l’attenzione su un accadimento piuttosto che su un altro. Non dimentichiamo però che è proprio grazie ai media che V riesce a lanciare il suo messaggio di ribellione; dunque, a seconda di come viene utilizzato uno strumento mediatico (perché di strumento si tratta), questo può rivelarsi o una risorsa o un’arma. Condannare a priori i media coi baffoni non è la soluzione migliore, forse bisogna solo saperli pettinare nel modo giusto.

Silvia Civano

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