Recensione Salò - Silvia Civano autrice
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Salò o le 120 giornate di Sodoma

Salò-Locandina

Salò o le 120 giornate di Sodoma, è l’ultima opera cinematografica di Pier Paolo Pasolini. Il film, uscito nel 1975, è ispirato al romanzo del marchese De Sade “Le centoventi giornate di Sodoma”.

Più che una recensione al lungometraggio del noto regista, vorrei fare una riflessione. Il paradosso che colpisce maggiormente è questa anarchia del potere che apparentemente impone e si nutre di regole che di fatto vengono infrante continuamente e ogni gesto viene spinto all’estremo; così a regnare è l’anarchia propria dei sovversivi e non le regole di facciata impartite dei nazifascisti.

Le immagini crude travolgono lo spettatore, il quale combatte tra il preservare se stesso dal vedere simili scene e il difficoltoso tentativo di comprendere i messaggi subliminali dei dialoghi.

Uno degli aspetti più coinvolgenti del film, è la mercificazione del corpo da parte del potere. Questi corpi nudi che vengono profanati e usati come strumenti sessuali fini al godimento più perverso, fanno riflettere sull’aspetto sadico del potere celato dal velo dell’autoritarismo. Il ruolo del sesso, poi, funge da motore: sesso disinibito, sesso forzato, sesso perverso che porta all’umiliazione di questi corpi (perché di corpi si tratta), che si muovono in massa come fossero un prodotto standardizzato voluto dai detentori del potere. Uno dei discorsi che fa Pasolini durante l’intervista riguardo a questo argomento, fa riflettere: egli espone il paradosso di un’epoca dove alle donne non era permesso mostrare determinate parti del proprio corpo poiché veniva considerato scandalo. Epoca in cui il sesso era un argomento tabù, ma era anche un’epoca dove il sesso veniva praticato liberamente, nonostante le facciate di perbenismo collettivo. Il paradosso sta proprio nella nostra epoca, dove invece tutto è lecito e tutto è concesso, ma dove, non si capisce bene come, si sono alzati paletti invisibili che impediscono di consumare liberamente l’ardore e il desiderio sessuale; quasi come se la libertà ci imprigionasse nella falsa illusione del possedimento di essa. Ed è proprio questo l’aspetto più tragico, a parer mio, di tutto il film: l’illusione della popolazione attuale di essere libera di agire.

Pasolini nel ’75 fa un discorso che potrebbe essere tranquillamente trasposto ai nostri tempi: egli parla di generazioni che non si comprendono poiché diversi erano i beni primari. Un padre che da giovane combatteva per avere la pancia piena a fine giornata, non può comprendere le smanie di un figlio che si preoccupa dell’acquisto dell’ultimo modello di auto. Ed è questo il punto. L’epoca dei nostri nonni, i quali combattevano per il raggiungimento dei propri obiettivi, i quali sapevano contro chi stavano lottando e gioivano quando ottenevano con i propri sforzi anche il più piccolo risultato, è ben diversa dalla nostra epoca, in cui diamo tutto per scontato, dove tutto ci è dovuto e dove non ci domandiamo quasi mai da dove sia arrivato il benessere di cui godiamo. La nostra società è falsamente democratica. I giovani di cui parlava Pasolini, vivono nell’assurda convinzione di poter usufruire di un’arbitrarietà che però è inesistente. Il nemico contro cui combattiamo noi non ha né corpo né voce, ma entra nelle nostre menti come fosse una ninna nanna ipnotizzante. E tutti noi siamo ormai come automi che seguono una massa standardizzata credendo di aver scelto di essere ciò che siamo in base ai nostri gusti, ai nostri sogni. Ma non è così. Noi seguiamo semplicemente ciò che ci viene imposto da un capitalismo travestito da permissivismo democratico. Viviamo tranquilli pensando di poter avere opinioni, senza renderci conto che il nostro pensiero è in realtà plasmato dal pensiero di altri, che a loro volta dipendono da una volontà trascendente.

Quando poi in Salò c’è una tavola imbastita il cui piatto principale sono escrementi umani, rimaniamo schifati nel vedere un ragazzino che ingurgita feci; ma, riflettendo bene, il messaggio implicito che invia Pasolini è ancora una volta attuale e ci fa capire che era davvero un precursore e che aveva capito dove saremmo arrivati. Non è forse vero che ogni giorno ci viene servita della merda da ingoiare? Quando ci sediamo a tavola guardando la televisione, ormai divenuta parte indispensabile della nostra vita, in realtà non stiamo mangiando maccheroni al sugo, bensì delle cagate che ci vengono propinate e noi chiniamo il capo assecondando, esattamente come i fanciulli costretti a quattro zampe tenuti al guinzaglio che mangiano a carponi.

Film apparentemente perverso, traspone esattamente ciò che di sadico si cela nella società, estremizzandone visivamente i contenuti. Film che va interpretato con una chiave di lettura politica e sociale che apre una porta che difficilmente per vigliaccheria siamo soliti aprire. Troppo comodo lasciare chiusa quella porta perché forse, purtroppo, è più facile vivere di menzogne che ci raccontano e che ci raccontiamo per stare meglio; poiché quando non si sanno le cose, o quando non si vogliono sapere, si vive con una maggiore spensieratezza. È risaputo che il superficiale vive meglio del riflessivo proprio perché non si ferma a pensare al motivo per cui accadano determinate cose e le prende così come vengono date senza analizzarle. Chissà se alla fine risulterà proprio lui il più furbo di tutti…

Silvia Civano

 

 

2 pensieri riguardo “Salò o le 120 giornate di Sodoma”

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