Sotto le gocce di un ciliegio Silvia Civano
I miei racconti

Sotto le gocce di un ciliegio

L’unico modo per non dimenticare mai il passato, è quello di ricordarlo nel presente. Racconto dedicato a Umberto, il gemello di mia nonna Pina, morto a soli 13 anni in periodo di guerra.
Il nome del soldato che scrive la lettera è puramente simbolico e quanto segue è frutto della mia immaginazione. 

Questa è la lettera di un soldato che si trovava sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale e che riflette su come siano cambiate le sue opinioni da quando, prima che iniziasse la guerra, era un fervente interventista.

Siccome le lettere inviate venivano sottoposte alla censura, il giovane soldato scrivendo ai genitori utilizza delle metafore che illustrano il suo stato d’animo una volta conosciuta la sofferenza che provoca la guerra, vedendo per la prima volta il mondo con occhi nuovi…

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Cari madre e padre, scrivo questa lettera per informarvi che sto bene. Ho tanto da raccontarvi; quindi, per rilassarmi, ho deciso di appartarmi sotto quell’unico albero di ciliegio che mi permette di vedere l’orizzonte, oltre il quale so che ci siete voi. Da questo luogo posso scorgere i segreti che la natura cela.

E’ come se innanzi a me avessi un quadro che vi vorrei descrivere: le montagne appiattite sullo sfondo sono stanche. Stanche di dover affrontare ogni anno il cambio di stagioni; e nonostante agli occhi degli ignari passanti possano sembrare maestose e imponenti, in realtà iniziano a mostrare segni di cedimento.

La primavera sta lentamente prendendo il posto all’inverno, ladra di un mondo che non le appartiene… I fiori, un tempo fieri nel loro arrivo, quest’anno stentano a sbocciare, quasi come se avessero rinunciato a combattere la loro battaglia, come se non volessero schiudere i loro morbidi petali in un ambiente che non riconoscono.

Un falco vola basso sfiorando il fiume silenzioso. Le sue acque gelide e trasparenti svelano un mondo che finge di non esistere. Un mondo che teme la grandezza della natura che regna sovrana sopra di esso; così il suo debole urlo di lotta si disperde nella corrente…

Seduto sull’erba calpestata sono circondato da un assordante silenzio. Ricordo che da bambino attendevo con entusiasmo il canto dei pettirossi, che grazie alla loro allegria tingevano la mia spensieratezza di arancio… ma i pettirossi ora sono immobili sopra il ramo di una decadente quercia. Essi guardano il mondo che li circonda e per la prima volta si accorgono che il cielo non è poi così immenso, che le loro ali non sono poi così forti e che un giorno, il vento furente li trascinerà all’interno di un vortice senza fine, spezzando loro le ali.

Così ora i pettirossi tacciono, timorosi di emettere note stonate, senza avere nulla nella vita che possa essere onorato con un canto gioioso.

I raggi del sole illuminano debolmente il sentiero battuto sopra il precipizio.

L’altro giorno ero seduto sotto questo stesso albero ed ho assistito a un’insolita scena che vi vorrei raccontare: una gazza ladra volava alta nel cielo trasportando un ornamento prezioso. Durante il volo si è lasciata ammaliare da un luccichio che giaceva nei pressi del fiume, così ha abbandonato nel fitto bosco spinoso il suo prezioso gioiello. Sicura di sé, si è precipitata alla ricerca di quell’idilliaca visione, per poi scoprire che in realtà, altro non era che il riflesso del sole su un coccio di vetro. Così ora la giovane gazza ladra tenta di scorgere da dietro un albero il tesoro più prezioso che aveva, nella triste consapevolezza che non potrà più riaverlo…

Io ora invece guardo l’orizzonte…

Voglio chiudere gli occhi per un solo istante e ricordare quando a casa mi svegliavo e odoravo la rugiada del mattino, toccavo l’aria fresca e leggera della sera e gustavo la calma della notte…

Ma non mi lamento. Inoltre, come potrei lamentarmi avendo davanti a me ogni giorno questo quadro creato da un pittore maldestro?

A volte mi chiedo quanti soldati si siano seduti dove mi trovo io ed abbiano riprodotto nella loro mente questo dipinto che vi sto descrivendo…

Il sole ha rinunciato a risplendere e lentamente viene soffocato dalle tetre nuvole grigie colme di pianto. Questo mi suggerisce di mettermi al riparo, poiché se rimanessi ancora qualche istante, i deboli rami del ciliegio permetterebbero alla pioggia di giungere a me, bagnando la lettera anche di gocce piovane.

Così vi saluto cari madre e padre e vi mando un mio forte abbraccio insieme a queste poche righe.

Vostro figlio,
Umberto

Silvia Civano

 

 

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